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venerdì 24 febbraio 2017

Antonio Gramsci e la Massoneria. Era il 19 maggio 1925


Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Il celebre, e unico, discorso pronunciato alla Camera dal leader comunista contro la legge fascista che voleva abolire la Libera Muratoria non fu un’arringa in difesa dei massoni ma una lucida denuncia contro la deriva liberticida.

Sull’ultimo numero di Erasmo, lo storico Santi Fedele, Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia, dedica uno spazio ad Antonio Gramsci, “gigante del Novecento italiano ed europeo”, a ottant’anni dalla morte.

“… i funzionari, impiegati ed agenti civili e militari di ogni ordine e grado dello Stato, ed i funzionari, impiegati ed agenti delle Province e dei Comuni, o di istituti sottoposti per legge alla tutela dello Stato, delle Provincie e dei Comuni, che appartengano, anche in qualità di semplice socio, ad Associazioni, Enti od Istituti costituiti nel Regno, o fuori, od operanti, anche solo in parte, in modo clandestino od occulto o i cui soci sono comunque vincolati dal segreto, sono destituiti o rimossi dal grado o dall’impiego o comunque licenziati.
I funzionari, impiegati, agenti civili e militari suddetti, sono tenuti a dichiarare se appartennero o appartengono, anche in qualità di semplici soci ad Associazioni, Enti ed Istituti di qualunque specie costituiti od operanti nel Regno o fuori, al Ministro nel caso di dipendenti dello Stato ed al Prefetto della Provincia in tutti gli altri casi; qualora ne siano specificamente richiesti”.
Così si legge nell’articolo 2 della Legge 26 novembre 1925, n. 2029, sulla “Regolarizzazione dell’attività delle Associazioni e dell’appartenenza alle medesime del personale dipendente dallo Stato”. Legge immediatamente definita dagli stessi giornali fascisti, e così passata alla storia, come la “legge contro la massoneria”; chiaramente finalizzata a infliggere, al culmine di due anni di ininterrotte violenze a uomini e sedi perpetrate dagli squadristi, un colpo mortale e definitivo al Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani.
Tempio massonico devastato dalle camicie nere
Tempio massonico devastato dalle camicie nere
Legge finalizzata ad estirpare il “cancro massonico” dal corpo sano della nazione rigenerata dal fascismo, salutata con vivo compiacimento non soltanto da fascisti e nazionalisti ma anche dai settori più retrivi dell’organizzazione ecclesiastica, per i quali l’annientamento dell’aborrita “setta satanica” è condizione imprescindibile per l’esito positivo di quel processo di avvicinamento tra fascismo e Vaticano destinato a concludersi con i Patti lateranensi del 1929.
Legge le cui implicazioni liberticide, che vanno ben al di là dell’intenzione che l’ha originata: la lotta senza quartiere alla massoneria, sfuggono allora a molti ma non ad un osservatore dell’acume intellettuale del deputato Antonio Gramsci. Il leder comunista, intervenendo nel dibattito sulla proposta di legge in una Camera ormai quasi del tutto fascistizzata (solo il PCd’I non aderisce alla “secessione aventiniana” messa in atto dalle opposizioni all’indomani del delitto Matteotti), pronuncia il 16 maggio 1925 un intervento rimasto giustamente famoso.
Gramsci nel suo discorso non “difende” la Massoneria, come più di una volta si è scritto erroneamente, né per essa esprime simpatia alcuna. La sua valutazione dell’istituzione massonica è perfettamente in linea, né avrebbe potuto essere altrimenti, con i deliberati con cui l’Internazionale comunista di Mosca sin dai primi anni Venti ha sancito l’assoluta incompatibilità tra un’associazione “borghese” come la massoneria e gli interessi del proletariato rivoluzionario. Ma vi sono almeno due aspetti del suo discorso straordinariamente pregnanti.
Circolare n. 4 del 14 aprile 1925 del Partito Nazionale Fascista. Anticipa la discussione alla Camera della legge sulle associazioni n. 2202 del 25 novembre 1925
Circolare n. 4 del 14 aprile 1925 del Partito Nazionale Fascista. Anticipa la discussione alla Camera della legge sulle associazioni n. 2209 del 26 novembre 1925
Il primo è la celebre affermazione per cui “dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo”. Enunciazione solo apparentemente paradossale. In realtà, anticipando di molti anni le risultanze cui sarebbe pervenuta la più matura ed accorta riflessione storiografica, egli enuncia in poche, semplici parole, la tesi per cui, in assenza di grandi partiti moderni su scala nazionale (del tipo, per intenderci, di conservatori e liberali in Inghilterra) l’organizzazione massonica assolve all’indomani dell’Unità a un ruolo essenziale di raccordo tra personalità e gruppi anche di diversa estrazione politica ed ideologica e però accomunati non solo dalla solidarietà di classe ma anche dalla convinzione che lo Stato unitario prodotto dal Risorgimento nazionale rappresenti un valore primario da difendere e consolidare.
Il secondo aspetto è la lucida intuizione e la coraggiosa denuncia della deriva liberticida che con la “legge contro la massoneria” si intende innestare. Si prende spunto dalla lotta contro la massoneria, dice apertamente Gramsci, per forgiare gli strumenti giuridici atti a colpire qualunque forma di libero associazionismo sia politico che sindacale, come per l’appunto sarebbe a distanza di poco più di un anno avvenuto con la promulgazione nel novembre del 1926 delle Leggi eccezionali che sopprimevano la stampa d’opposizione, scioglievano tutti i partiti politici diversi dal fascista ed istituivano il Tribunale speciale e il confino di polizia per gli oppositori.
Per statura intellettuale, intelligenza politica, coerenza morale, Gramsci è stato un gigante del Novecento italiano ed europeo, il cui insegnamento, a ottanta anni dalla morte in carcere, vittima della barbarie fascista, continua a fecondare settori importanti della Sinistra mondiale. Sicché non può non destare doloroso stupore che oggi esponenti di un partito, il Pd che al lascito politico ed ideale del grande intellettuale sardo continua ad ispirarsi, possano anche soltanto lontanamente ipotizzare l’adozione di provvedimenti legislativi limitativi della libertà d’associazione. La storia del XX secolo ce lo ha insegnato: dalla persecuzione antimassonica all’eclissi delle libertà civili il passo è sempre stato molto breve.
Santi Fedele, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia