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venerdì 31 marzo 2017

Dal 5 maggio a Rimini la Grande Assemblea del Rito di York



Giornate Fai. Boom di presenze a Palazzo Altoviti, sede della Massoneria toscana del Grande Oriente d’Italia


Per le Giornate Fai a Firenze, duemila persone in due giorni, il 25 e 26 marzo, hanno varcato la soglia di Palazzo Altoviti, in Borgo Albizi, sede della Massoneria toscana e luogo di riunione delle logge fiorentine del Grande Oriente d’Italia. Grandissima la soddisfazione dei visitatori che hanno avuto la possibilità, grazie al Fondo Ambiente Italiano, di visitare un sito di rilevanza storica e artistica e di notevole richiamo per essere sede della Massoneria. Nei due giorni, mille i luoghi visitabili con il Fai in tutta Italia.

Gran Loggia 2017: Il caso Tortora in scena a Rimini con il recital di Emanuele Montagna | Agenparl


(AGENPARL) – Roma, 30 mar 2017 – Enzo Tortora: storia di un galantuomo è il recital di Emanuele Montagna che sarà messo in scena la sera di sabato 8 Tortoraaprile (ore 20) nella Sala dell’Anfiteatro del Palacongressi di Rimini. L’iniziativa è del Grande Oriente d’Italia per la Gran Loggia 2017, in programma nella città romagnola dal 7 al 9 aprile, e mette a disposizione di tutti – l’ingresso è libero e gratuito – un’opera teatrale di grande riflessione.
Lo spettacolo racconta la vicenda umana e giudiziaria di Enzo Tortora, celebre presentatore televisivo arrestato nel 1983 per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Le accuse dei pentiti si rivelarono poi infondate e ci furono errori nelle indagini. Il fatto che Tortora risultasse spesso “antipatico” condizionò le posizioni della stampa che avviò nei suoi confronti una gogna mediatica senza precedenti. L’assoluzione arrivò quattro anni dopo l’arresto, al termine del processo di appello. Tortora morì di cancro nel 1988, un anno dopo essere stato assolto in via definitiva dalla Corte di Cassazione.
Riproporre la vicenda giudiziaria ed umana di Enzo Tortora, vittima e simbolo della “giustizia spettacolo”,  significa ripercorrere decenni di show mediatici a uso e consumo non solo dell’opinione pubblica ma anche di avvocati, magistrati, giornalisti che sono influenzati dall’uso improprio di temi di politica giudiziaria e di vicende di grande richiamo.
Emanuele Montagna
Emanuele Montagna
Emanuele Montagna
Attore e regista teatrale, Emanuele Montagna ha frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica dell’Antoniano di Bologna, per poi specializzarsi sul Metodo Stanislavskij-Strasberg negli Stati Uniti. Nel 1993 è stato insignito del Premio Giosuè Carducci per il Teatro. È fondatore e Direttore Artistico a Bologna della Scuola di Teatro Colli – Scuola di Teatro dell’Emilia Romagna, una fra le più importanti realtà private nel panorama della didattica teatrale italiana da oltre trent’anni. Come attore e come regista ha messo in scena più di sessanta spettacoli sui maggiori palcoscenici italiani. Nel 2003 vince il Premio Internazionale Rodolfo Valentino per la Comunicazione. Nel 2008 vince il Premio dell’Avvocatura Veneziana Carlo Goldoni. Negli anni ha collaborato con l’Associazione degli Industriali della Provincia di Bologna, con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare a Bologna e a Trieste, con la Fondazione Forense Bolognese, con la Camera Penale Veneziana, con l’Unione Camere Penali Italiane, con il Laboratorio Permanente Esame e Contro-esame, con la Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e con Cofimp (Unindustria-Bologna). È stato docente di Comunicazione della Persuasione, presso l’Università di Ferrara. Nel 2013 ha fondato Proscenio – Le Professioni a Contatto col Pubblico, un innovativo processo formativo che utilizza le tecniche teatrali al servizio di tutte quelle professioni che prevedono un contatto con il pubblico.

Gran Loggia 2017: Apertura pubblica del Tempio con allocuzione del Gran Maestro. L’omaggio ad Arnoldo Foà ed Enzo Maiorca, due massoni contemporanei | Agenparl


(AGENPARL) – Roma, 30 mar 2017 – Gran Loggia 2017. Apertura pubblica del Tempio con l’allocuzione del Gran Maestro. L’omaggio ad Arnoldo Foà ed Enzo Maiorca, due massoni contemporanei
Tempio RiminiL’allocuzione del Gran Maestro è il momento centrale dell’assemblea di Gran Loggia. Come ogni anno sarà pronunciata subito dopo l’apertura pubblica del Tempio che nella Gran Loggia 2017 “La memoria del passato. Le radici nel futuro” è prevista il primo giorno di lavori, venerdì 7 aprile, per le ore 18. Tutti potranno accedere nel Tempio. In questa edizione, l’allocuzione del Gran Maestro Stefano Bisi sarà preceduta da un saluto del Viceministro Riccardo Nencini, già ospite due anni fa nell’analogo momento aperto al grande pubblico dalla Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia. Altro evento particolare sarà l’omaggio ad Arnoldo Foà ed Enzo Maiorca, massoni contemporanei. Video e testimonianze dirette della figlia di Foà e della vedova di Maiorca porteranno il ricordo alla Gran Loggia 2017 di due figure esemplari del nostro paese.
Arnoldo Foà
Arnoldo Foà
La “voce di Dio” • Arnoldo Foà amava definirsi semplicemente un pensatore. Ma era molto di più. Era un Fratello del Grande Oriente d’Italia, iniziato nel 1947 nella loggia Alto Adige di Roma. Intellettuale straordinario, che, con la sua passione civile ha dato lustro al nostro paese, Foà, che era nato a Ferrara il 24 gennaio 1916 e che si è spento l’11 gennaio 2014 a Roma, è stato un grandissimo attore, poeta, pittore, scultore e doppiatore. Ebreo, che miracolosamente sfuggì alle leggi razziali, fu proprio lui ad annunciare l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 alla Radio degli alleati. Fu la sua voce a dare l’annuncio all’Italia, una voce inconfondibile, che passerà alla storia del cinema come la “voce di Dio”, che Foà doppiò infatti nel colossal “La Bibbia” di John Houston. Figura poliedrica del secolo scorso, Foà ha lavorato tantissimo per il teatro e il cinema ed è stato protagonista di grandi sceneggiati televisivi. Tra i registi che lo hanno diretto: Visconti, Squarzina, Ronconi, Strehler, Blasetti, Scola e Orson Wells.  Esponente di quella schiera di personaggi dello spettacolo , come il bolognese Gino Cervi o il napoletano Totò o il romano  Alighiero Noschese, e tanti altri – che avevano cercato e trovato proprio nella Massoneria un’ ancora spirituale ed esistenziale, loro che per il mestiere di attore erano costretti a navigare fra tante vite diverse, entrando ed uscendo da un personaggio all’altro.
Enzo Maiorca, insieme ad Arnoldo Foà, sarà ricordato al Palacongressi di Rimini nel corso dell’apertura pubblica del Tempio nel pomeriggio del 7 aprile. Maiorca apparteneva alla Loggia Archimede di Siracusa del Grande Oriente d’Italia
Enzo Maiorca
Il “re degli abissi” • Enzo Maiorca, nato a Siracusa il 21 giugno 1931, è stato un apneista italiano, più volte detentore del record mondiale di immersione in apnea, tanto da conquistarsi il titolo di re degli abissi, e senatore di An tra il 1994 al 1996. Il suo nome è diventato leggenda nel 1960 quando coronò il suo sogno toccando prima quota -45 metri e poi  raggiungendo i -46 metri e subito dopo i -49.  Protagonista dell’apnea per 16 anni, fino al ritiro nel 1976, Maiorca è tornato in attività nel 1988 per raggiungere il suo ultimo record di -101 metri. Abbandonata la sua grande passione si è poi dedicato alla salvaguardia dell’ambiente marino. Massone, fu iniziato nel 1977 nella loggia di Archimede di Siracusa del Grande Oriente d’Italia. Maiorca ci ha lasciato il 13 novembre dello scorso anno.

Massoneria, Gran Loggia 2017: il Gran Maestro omaggia Arnoldo Foà e Enzo Maiorca | Blitz quotidiano


ROMA – Saranno l’attore Arnoldo Foà e l’apneista Enzo Maiorca i protagonisti della allocuzione di quest’anno del Gran Maestro del Grande Oriente, Stefano Bisi. L’allocuzione è il discorso che il Gran Maestro tiene in apertura della Gran Loggia ed è il momento centrale dell’assemblea. Come ogni anno sarà pronunciata subito dopo l’apertura pubblica del Tempio. L’edizione 2017 è dedicata a “La memoria del passato. Le radici nel futuro” e il primo giorno di lavori è previsto per venerdì 7 aprile, alle ore 18. Tutti potranno accedere nel Tempio… continua su Blitz quotidiano Massoneria, Gran Loggia 2017: il Gran Maestro omaggia Arnoldo Foà e Enzo Maiorca

Presentata l’edizione 2017 dell’assemblea di Gran Loggia a Rimini | RiminiToday


Il programma culturale della Gran Loggia di quest’anno è ampiamente dedicato allo storico anniversario dei trecento anni della Massoneria moderna…. continua su RiminiToday Presentata l’edizione 2017 dell’assemblea di Gran Loggia a Rimini

Gran Loggia 2017: Massoneria e i suoi trecento anni di modernità, una mostra ricorda i massoni protagonisti del Novecento





(AGENPARL) – Roma, 30 mar 2017 – Gran Loggia 2017. Massoneria e i suoi trecento anni di modernità, una mostra ricorda i massoni protagonisti del Novecento




Il ‘Grande Architetto dell’Universo’ che campeggia nel GE Building del Rockfeller Center di Manhattan, il suo compasso e la scritta “Wisdom and knowledge shall be the stability of thy times” (La sapienza e la conoscenza saranno la stabilità dei tempi) sono gli elementi distintivi della locandina di una delle quattro mostre che il Palacongressi di Rimini ospita dal 7 al 9 aprile nell’ambito della Gran Loggia 2017 del Grande Oriente d’Italia. A curarla è Andrea Speziali, il giovane esperto di Art Nouveau che lo scorso anno ha realizzato, sempre per la Gran Loggia al Palacongressi, una mostra sul massone Alphonse Mucha e la Libera Muratoria.

“300 anni di Luce. Massoni celebri protagonisti del Novecento” è il titolo della rassegna di questa edizione che con appena cento nomi svelerà quali e quanti ambiti siano stati illuminati dalla luce massonica, in Italia e nel mondo, in trecento anni di Massoneria moderna che quest’anno si festeggiano ovunque. Dalla mostra sarà possibile capire quali siano stati, negli ultimi tre secoli, i rivolgimenti che l’apparire della Libera Muratoria abbia provocato nella società. Perché il 2017 è l’anno degli anniversari importanti, proprio in questo senso, e quello della Massoneria è uno di questi.

Il 24 giugno del 1717 a Londra, quattro logge inglesi segnarono lo spartiacque tra Massoneria operativa e Massoneria speculativa istituzionalizzando un fenomeno ormai diffuso da circa un secolo e comunque da quando le confraternite di mestiere, ormai in crisi, avevano cominciato ad ‘accettare’ al loro interno persone estranee alla pratica, appunto, di mestiere. Uomini di cultura e di ricerca, ma anche della religione, della politica e della economia, si trovarono così in ‘logge’, ispirate a principi etici e spirituali, che consentivano ai loro aderenti di stare insieme in piena libertà di espressione e di pensiero. Logge costituite da uomini che dialogavano tra loro e crescevano in spirito alimentandosi della conoscenza reciproca. Pur nella diversità. Erano i primordi del principio di tolleranza che proprio nelle antiche logge massoniche fece la sua prima apparizione. Cosa non da poco, forse non per tutti, ma che segnò l’inizio di una nuova epoca. Fu l’affacciarsi di un nuovo modo di pensare – e di agire – che aprì la strada al mondo moderno in termini di civiltà e progresso.




Alcuni massoni famosi in Italia

Nel corso di trecento anni, i Liberi Muratori di tutti i continenti hanno testimoniato con le loro opere, in ogni manifestazione della società, la validità del loro metodo, quello del lavoro muratorio, della costruzione del tempio interiore cercando di osservare con responsabilità quei principi di libertà, uguaglianza, fratellanza, tolleranza e solidarietà che oggi sono richiamati da più parti. Ma i massoni furono i primi a individuarli in chiave moderna e a cercare di metterli in pratica a servizio di tutti elaborando un concetto di humanitas, come insieme di uomini, prima del Settecento sconosciuto.

Enzo Maiorca, insieme ad Arnoldo Foà, sarà ricordato al Palacongressi di Rimini nel corso dell’apertura pubblica del Tempio nel pomeriggio del 7 aprile. Maiorca apparteneva alla Loggia Archimede di Siracusa del Grande Oriente d’Italia

Sarebbe qui esagerato fare l’elenco degli esponenti della Massoneria ai quali attribuire lo sviluppo culturale, sociale e politico delle società civili e democratiche. Questo spazio va lasciato ai tanti accademici che studiano e raccontano la storia della Libera Muratoria e, in piccolo, in questo frangente, alle mostre che il Grande Oriente d’Italia presenta quest’anno nella Gran Loggia di Rimini. E sarà interessante scorrere i cento nomi della mostra curata da Speziali dove – dalle arti allo sport, dalla scienza alla politica, dall’industria all’esplorazione geografica, anche spaziale – si riconosceranno tanti uomini che in tempi recenti hanno pensato e agito in grande, talvolta anche contro corrente, per far sì che la dignità di ogni uomo diventasse il principio cardine dell’esperienza umana. C’è tanto lavoro ancora da fare e il Grande Oriente d’Italia vuole suggerire una riflessione. Perché senza dignità non c’è libertà. Senza libertà non c’è umanità.





giovedì 30 marzo 2017

La nube sul Santuario




Un altro classico in uscita per Tipheret. Questo libro è composto complessivamente da cinque lettere e da un’appendice. Il Santuario di cui in esse si parla, non è altro che il Santo dei Santi ovverosia il santuario interiore del tempio di Salomone. E la Nube che lo copre, è come una tenda che vela il santuario alla nostra vista; non per tenere la sua luce lontana da noi, ma per nasconderci misericordiosamente il suo fulgore perché nello stato attuale in cui noi siamo ci abbaglierebbe. Come von Eckartshausen afferma nella sua terza lettera, Dio e Natura non hanno misteri per i loro figli. Questi misteri sono causati dalla debolezza della nostra natura, incapace di sostenere la luce, perché non è ancora preparata a sopportare la luce casta della verità svelata.

Gnosticismo Storico: fra Nichilismo e Titanismo


di Filippo Goti



«Ciò che libera è la conoscenza di quello che eravamo, di ciò che siamo diventati; di dove eravamo, dove siamo stati gettati; verso dove ci affrettiamo, da dove siamo redenti; che cosa è nascita, che cosa è rinascita» (Exc. Theod. 78, 2).


Lo gnosticismo? Un'eterna conoscenza dal sapore amore, raccolta nell'effimero calice della vita.
Lo gnosticismo storico, per intenderci quello sviluppatosi nel bacino del mediterraneo nei primi due/tre secoli della cosiddetta era cristiana, attorno al grande quesito dell'uomo "attorno al perchè dell'esistenza e della fine delle medesima", offre una risposta che sembra discostarsi, ed in realtà lo fa, da quanto professato dai sistemi religiosi, sapienziali ed ermetici.

Lo gnosticismo al quesito del perché della vita e del perchè della fine di ogni vita, risponde non appellandosi al volere di un Dio che comunque opera per il bene delle sue creature, non suggerisce nessuna disubbidienza da parte dell'uomo che cagione il male e la morte, non rimanda a percorsi attribuitivi e retributivi tipici dei sistemi ermetici, non narra di meccaniche compensazioni karmiche e neppure di cause ed effetti più o meno diretti.

Lo gnosticismo risponde che la vita stessa oscilla fra l'errore e l'illusione e che il male non è frutto del libero arbitrio mal riposto dell'uomo. I Maestri della Gnosi, con spirito assolutamente radicale e con animo sovversivo, a gran voce, e con la forza della loro filosofia dell'essere, sottolinearono che se tutto quanto è limitato, caduco e malevole è insito nella creazione allora questo non è opera dell'uomo, che anch'egli è parte della creazione, ma del Creatore stesso.

Comprenderai amico mio diletto, che siffatta posizione è al contempo radicalmente nichilista e assolutamente titanica.

È nichilista in quanto nega la totalità degli aspetti apparentemente positivi insiti nella vita: i quali sono visti come ingannevoli ed inebrianti. «Avendo una volta vagabondato nei labirinti delle malvagità, la misera [Anima] non trova la via di uscita… Essa cerca di sfuggire all’amaro caos, e non sa come potrà liberarsene». (Salmo naasseno, Hippol. V, 10, 2).
Del resto, a ben pensare, non è forse vero che la totalità degli elementi che compongono l'insieme dell'esistente è condannato alla caducità e alla mutevolezza ? Le emozioni ci traggono fuori dal nostro centro interiore, e sovente quelle positive sono sostituite da quelle negative. Perchè qualcosa in noi necessità delle scariche, a prescindere di quale qualità siano, date da esse. Una miriade di pensieri cacofonici assiepa la nostra mente: quali di essi è autentico? Oscilliamo fra giudici di varia ed opposta natura nei confronti di identico oggetto. Niente è eguale a se stesso. La natura, nel corso degli eoni, si è sbizzarrita a dare vita a forme dove raccogliere l'elemento vitale. Forme sostituite da altre forme: come l'argilla dei vasi rotti viene recuperata dall'abile artigiano, così la materia organica viene recuperata per dare vita a nuovi contenitori e perpetuatori di vita.
L'uomo gnostico deve ringraziare per tale meccanicità?

È titanica in quanto l'uomo, finalmente settato dall'attesa della divina provvidenza e liberato dal gioco dell'idea di una natura benevola, torna in possesso del proprio destino e al governo della propria anima.  «La via che dobbiamo percorrere è lunga e senza termine» (G 433) (1); «Quanto vasti sono i confini di questi mondi di tenebre!» (G 155)
Quando l'uomo gnostico ha reciso ogni legame e ogni legato, in sé solamente può trovare, semmai sussistono e semmai è capace, quelle energie atte a porre in essere un dinamismo di ascesa e superamento dei limiti della condizione di uomo naturale. Egli è drammaticamente diverso dai suoi simili, in quanto cerca una conoscenza che è veicolo e forma di salvezza.

Ovviamente questa posizione di estraneità dello gnostico nei confronti della creazione, lo porta, sovente, ad un'inversione dei ruoli nella lettura dell'Antico Testamento. Dove i personaggi che si ribellano al Dio di questo mondo e alla sua creazione, sono visti come "eroi" e precursori dello gnosticismo. «Questo serpente universale è anche la Parola sapiente di Eva. Questo è il mistero dell’Eden: questo è il fiume che scorre dall’Eden. Questo è anche il segno con cui è stato marcato Caino, il cui sacrificio non fu accettato dal dio del mondo, mentre egli accettò il sacrificio sanguinoso di Abele perché il signore di questo mondo si diletta del sangue. Questo serpente è quello che apparve in forma umana negli ultimi giorni al tempo di Erode…».

Lo gnosticismo? Un'eterna conoscenza dal sapore amore, raccolta nell'effimero calice della vita.

La foto: il Rito di York a Detroit nel 1890




Una foto storica, segnalata da Fortunato Gaudio. Una sfilata di alcune commende templari del Rito di York. Siamo a Detroit, intorno al 1890. Da notare la disposizione dei cavalieri: formano una spada, e non una croce.

Online la registrazione del convegno di Gallipoli. Con Mauro Cascio, Nuccio Puglisi, Francesco Bernabucci e Tiziano Busca




È disponibile online la conferenza del Rito di York di qualche giorno fa a Gallipoli. Francesco Bernabucci, Mauro Cascio, Nuccio Puglisi introdotti da Antonio Bove, con le conclusioni di Tiziano Busca. Buon ascolto.

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mercoledì 29 marzo 2017

Il silenzio, la parola e i fatti. Speculativo e operativo. Potenzialità, virtualità ed effettività


di Ventamore



     Il Silenzio è preferibile alla Parola così come i fatti sono preferibili alle parole.
La migliore risposta alle parole è il silenzio, così come «la migliore vendetta è il perdono». Ma dobbiamo pur chiarire cosa intendiamo per «Parola», «parole» e «fatti».
Se il Silenzio è superiore alla Parola, esso lo è perché nei confronti di quella ne è il principio; allora può dirsi che nel silenzio risiede una certezza superiore che non nella parola, per cui può concludersi che se il silenzio appare meno «reale» della parola, esso è invece assai più reale, così come il non-manifestato è incomparabilmente superiore al manifestato. Se dunque il rapporto tra Silenzio e Parola è tale, può dirsi che il Silenzio è un «fatto», poiché esso si identifica col principio del Verbo, cioè con la Verità stessa.
Quanto alle «parole», esse  stanno alla Parola come quest’ultima sta al Silenzio. Pertanto, diremo che la Parola per eccellenza è un «fatto», mentre le parole, come vien detto nei testi ermetici, sono soltanto «rumore»: la Parola è il Verbo, le parole sono chiacchiericcio; la Parola è Realtà, le parole sono vanità.
La Parola è il Verbo discendente dall’Ordine divino per Cui si dispiega la manifestazione universale; le parole sono proferite dagli uomini, ed esse si differenziano secondo le intenzioni che le generano.
Se le parole sono propriamente ispirate da una intenzione aderente al Verbo, esse sono vere e, pertanto, sono un «fatto»; se invece non sono aderenti al Verbo o alla Verità, esse sono clamore disarmonico, quindi inganno e illusione.
«Chi non è con me, è contro di me», dice il Cristo, Avatâra eterno, ed egli dice pure: «La lingua parla per la sovrabbondanza del cuore».
Ma abbiamo parlato di intenzione, ed essendo questa una delle caratteristiche qualitative che più caratterizzano particolarmente l’essere umano in quanto tale (1), è nel merito di questa intenzione che intendiamo brevemente esplicitare.

L’intenzione (da in-tendere, tendere verso) è lo “strumento” proprio della ragione, dipendente dalla facoltà intellettuale che vi presiede, che l’individuo umano possiede e che  lo caratterizza e lo distingue da tutti gli altri esseri non-umani o di specie diversa che sono manifestati, quali “compossibili”, sullo stesso piano di manifestazione quale è il nostro.
Ora, se questa intenzione o tendenza (2), la quale è anche una «prospettiva», corrisponde al «retto intendimento», il quale è identico a quell’«intelletto  sano» indicato da Dante, l’azione dell’uomo viene ad esserne informata  e diretta al fine del superamento di determinate condizioni le quali, corrispondendo a delle limitazioni, costituiscono gli elementi disarmonici che si oppongono all’Armonia: questi elementi disarmonici sono precisamente quelli che la dottrina massonica designa come «metalli» o «vizi».
Considerati nella loro generalità, gli elementi disarmonici di cui parliamo e che l’individuo porta in se stesso, costituiscono ciò che la tradizione indù designa come adharma; Dharma essendo la Legge dell’Armonia in tutti i suoi aspetti, i quali discendono interamente dai princìpi metafisici e costituiscono il canone della perfetta ortodossia, la lettera a preposta ne è il prefisso di negazione; quindi il termine adharma designa l’insieme delle tendenze avverse che si oppongono all’equilibrio e all’Armonia.
René Guénon, nel suo studio Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (Parte terza, cap. 5), dice: «[Adharma] non è affatto il « peccato » in senso teologico, né il « male » in senso morale, nozioni entrambe estranee allo spirito indù; è semplicemente la «non conformità» con la natura degli esseri, lo squilibrio, la rottura dell’armonia, la distruzione o il rovesciamento dei rapporti gerarchici».
Ricapitolando, possiamo affermare che ciò che qualifica l’azione è l’intenzione la quale ne è la «causa». Se quindi l’azione è mossa o generata  da una intenzione conforme all’ordine o al Dharma, essa non produrrà squilibrio; in altre parole, se un’azione non è generata da una mera intenzione                     «soggettivistica» (intenzione «deterministica», volta all’ottenimento del frutto dell’azione stessa), essa si innesta quale elemento armonico della realizzazione del Piano; tale azione, spogliata dal desiderio, potrà pertanto esser detta una non-azione e si identificherà, pertanto, con la superiore dottrina del non-agire.
Ma a questo punto si rende necessaria un ulteriore chiarimento, il quale è strettamente connesso all’intenzione di cui parliamo.
Vogliamo riferirci precisamente a ciò che nell’ambito della dottrina iniziatica della Libera Muratoria Universale viene designato come «operativo» e «speculativo», nel cui merito si sono manifestati degli spiacevoli quanto gravi equivoci sorti da una incomprensione di fondo.


Se la Massoneria è divenuta vieppiù «speculativa», in ciò deve intendersi che l’oggetto o lo scopo dell’iniziazione è divenuto via via sempre più obliato e come messo in ombra, fino anche, in certi casi, a scomparire del tutto; in tali condizioni sarebbe rimasta soltanto più una iniziazione virtuale; in altre parole, è venuta a mancare propriamente la «prospettiva» iniziatica e il fine o la mèta da raggiungere.


In termini «operativi», possiamo dire che è venuta a mancare proprio l‘intenzione; intenzione che sorge dalla vera quanto profonda aspirazione alla realizzazione iniziatica.
Ma se le cose stanno così, non è la Massoneria, nella sua essenza dottrinale e iniziatica, ad essere divenuta «speculativa», bensì è il punto di vista dei moderni Massoni ad essere, nella stragrande maggioranza, non più che «speculativo» o teorico.
In realtà, se è vero che normalmente l’iniziazione massonica dovrebbe essere supportata dalla pratica di determinati e ben definiti mestieri, quali quello dell’arte muratoria, è pur vero che ciò che è veramente indispensabile ed essenziale è soprattutto l’intenzione, la quale fa tutt’uno con la prospettiva esoterica  e  l’effettiva operatività iniziatica.
Parlare indefinitamente della «ricerca della verità» è speculazione; tendere «operativamente» ad elevarsi, per quanto possibile, alla Verità stessa è operatività.
Abbiamo voluto brevemente dire qualcosa in proposito ad un problema il quale sembra sia stato artificiosamente reso quasi inestricabile; d’altra parte, chi avesse la sincera intenzione di comprendere e non perdersi in chiacchiere, potrà trovare nella più che magistrale esposizione dottrinale di René Guénon tutta l’inesauribile abbondanza dei chiarimenti necessari, nonché quella effettiva «operatività» resa possibile dalla rivificazione insita nell’Opera stessa.
Ogni sforzo a comprendere queste cose non sarà mai vano e ogni scalino conquistato sarà sempre una «pietra miliare» dalla quale mai più si tornerà indietro. Tanto non ha nulla a che vedere con la disquisizione di ipotesi o di congetture; così come le semplici parole non possono saziare l’affamato, allo stesso modo tutte le indefinite chiacchiere sulla bontà dell’acqua mai potranno spegnere la sete dell’assetato. Non basta levar canti alla bella amata per lenire il desiderio del suo amore; bisognerà pur decidersi all’incontro per sublimare effettivamente l’incontro stesso.

Nell’uovo fecondato si sviluppa l’embrione del pulcino.
Poi giunge il momento che, per vedere finalmente la luce, egli becca con forza la scorza dell’uovo che lo imprigiona, fino a romperla e a uscirne fuori!
Queste non sono chiacchiere, ma fatti.
Possiamo dunque concludere dicendo che è proprio questa possibilità (Regnum Dei intra vos est) che, quantomeno potenzialmente, pone l’uomo al centro del Piano, che è il suo Mondo o stato dell’esistenza universale; egli infatti, per tale «centralità» non ha gli stessi limiti degli altri esseri i quali, più o meno periferici sullo stesso Piano di manifestazione, sono questi che in realtà si sintetizzano nell’uomo, poiché egli tutti li realizza nella sua natura propriamente «centrale» e profonda.

A conclusione di questa breve disamina, occorre precisare intorno alla considerazione deii tre gradi o stati principali costituenti l’integrazione gerarchica delle modalità nella realizzazione dell’essere umano:
I – La potenzialità: essa, in proporzioni indefinite, è comune a tutti gli esseri umani (ma pure a tutti gli altri esseri) nella loro generalità; naturalmente, questa potenzialità sarà tanto più evidente in quegli individui che manifesteranno una più o meno intensa aspirazione alla conoscenza. Pertanto la più evidente potenzialità può essere considerata come una vera e propria qualificazione intellettuale o iniziatica capace di condurre l’essere umano all’acquisizione della conoscenza, teorica o effettiva.
Questa potenzialità, se è permesso dire, può essere paragonata alla qualità di una pianta che pur essendo bella e vigorosa, in atto non è però suscettibile di dare alcun frutto. A tale similitudine può essere anche accostato l’esempio di un uovo che non è stato fecondato.    
II – La virtualità: essa corrisponde allo stato dell’uomo qualificato che ha ricevuto l’iniziazione: l’individuo umano, nella pienezza della sua attuale coscienza, è stato così ricollegato ai princìpi sopra-umani o agli stati superiori dell’Essere; egli ha così accettato il «Patto» con il Principio Supremo;  un germe luminoso è stato posto nel suo cuore: un’influenza spirituale l’ha penetrato e pervaso, e un infallibile insegnamento sacro lo guiderà sulla Via.
La virtualità può dunque essere paragonata a quella pianta di cui sopra che, scelta dal Maestro Agricoltore (ricordarsi che Adamo è detto pure il «Custode del Giardino»), viene liberata dalle sterpaglie che la soffocano; quindi viene troncata  al punto dovuto, ed in essa viene innestato un virgulto capace, con tutte le cure dovute della Maestria, di svilupparsi e di fruttificare. Allo stesso modo, potremmo dire di un uovo fecondato il quale,  covato e custodito, è ora suscettibile di sviluppare il pulcino.
III – L’attualità: essa corrisponde al lavoro iniziatico effettivo o alla effettiva operatività nell’avanzamento sulla via della conoscenza iniziatica. Seguire dunque la Via corrisponde alla attualizzazione; cosicché, ciò che prima era soltanto una virtualità, ora, nel suo pieno ed armonico sviluppo, diviene attuale o, in altre parole, ciò che prima era una conoscenza soltanto teorica, essa diviene man mano effettiva o reale.
Tale processo iniziatico conduce quindi alla Realizzazione, la quale è la ragione profonda, lo scopo vero e il fine ultimo e supremo dell’essere.
Seguendo ancora una volta i precedenti esempi, possiamo dire che questa terza fase di attualizzazione corrisponde alla fruttificazione dell’albero, così come al completo sviluppo del pulcino.
Tuttavia, a ben considerare, occorre precisare che la Realizzazione vera e propria corrisponde in vero ad una  quarta “tappa” del processo iniziatico. Essendo infatti la Realizzazione ben al di là della sequenzialità dello sviluppo in quanto tale, il suo dominio si pone, per così dire, fuori dalla serie del concatenamento degli indefiniti stati dell’essere; ed è così per il fatto che la Realizzazione tutti ormai li contiene e li sintetizza nella sua onnicomprensiva realtà principiale.

Volendo insistere sulla similitudine dell’uovo e del pulcino in esso sviluppato, potremmo dire che a questa quarta “tappa” corrisponde l’uscita del pulcino dall’involucro che lo trattiene. Ciò che corrisponde alla effettiva uscita dal Cosmo e all’avvio verso gli stati superiori dell’Essere.
Così come, analogicamente, un bambino o un pulcino nascono (nel Cosmo), questa “liberazione” dall’involucro corrisponde anche all’«uscita dalla caverna» e quindi, per l’iniziato, all’uscita dal Cosmo stesso.
Ma questo è un punto che non possiamo affrontare in questa sede; potremmo forse invitare ad una riflessione su cosa sta, nel Tempio, rispettivamente sotto e sopra la «cornice» che delimita i «nodi» zodiacali dal Cielo stellato.
Diremo comunque che l’intero processo iniziatico, procedendo in senso inverso a quello dello sviluppo ciclico della manifestazione, è simboleggiato, in tutte le tradizioni, dal cerchio, dal suo centro e dai raggi che da esso si dipartono: se «prima» (ovvero dal punto di vista della manifestazione) il centro sembrava come essere contenuto dalla circonferenza, «dopo» (cioè dal punto di vista della Realizzazione o del Principio) viene finalmente compreso che in realtà è la circonferenza ad essere contenuta dal suo centro, il quale la genera, e che solo in virtù di esso (che ne è l’essenza e la causa prima) è possibile la manifestazione della circonferenza la quale, con la moltitudine indefinita dei suoi piani generati dal Punto Centrale Supremo, realizza la globale realtà della manifestazione universale.
Questo è un «fatto» così vero, che se così non fosse non potremmo essere   qui a parlarne e a poter riconoscere l’infinità del Supremo «Luogo Primo» da Cui in verità veniamo e a Cui ritorneremo.
Vincit Omnia Veritas.


1) – Notiamo appena che, pure se «istintivi» e periferici, certi aspetti dell’intenzione possono similmente riscontrarsi negli animali; se, per esempio, viene dato un pesce a un gatto, questi lo mangia tranquillamente sul posto; se invece lo stesso gatto «ruba» un pesce, porterà via di corsa quanto ha sottratto, e andrà a mangiarlo di nascosto. Una tale modalità comportamentale, più o meno riscontrabile nel regno animale, sarebbe suscettibile di diverse analoghe considerazioni in merito all’effettiva «buona fede» nell’agire degli uomini.  

2) – Al riguardo è della massima importanza segnalare lo studio dei tre guna, specialmente su:  Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (Parte III, cap. II); Il simbolismo della croce (specie il Cap. V); La Grande Triade, Cap. XXII, di René Guénon.   

Il Grande Oriente d’Italia al Festival dei beni confiscati alle mafie con il presidente delle logge lombarde


Associazioni invisibili e ndrangheta. La santa, la massoneria e il nord: un intreccio da smentire, da temere o da sciogliere?Antonino Salsone, presidente del Collegio Circoscrizionale della Lombardia della Massoneria del Grande Oriente d’Italia, partecipa al ‘5° Festival dei beni confiscati alle mafie’ nell’ambito di un convegno in programma a Milano il 31 marzo, alle ore 21, in Via Curtatone 12, sede della Casa della Legalità. L’evento è organizzato dal Comune, dalla Commissione Antimafia dell’amministrazione comunale e sarà coordinato da Gianpiero Rossi, giornalista del Corriere della Sera e autore del libro “La Regola”. Titolo dell’incontro: “Associazioni invisibili e ‘ndrangheta – La santa, la massoneria e il nord: un intreccio da smentire, da temere o da sciogliere?”.
Il presidente Salsone partecipa su incarico del Gran Maestro Stefano Bisi per testimoniare l’impegno costante della Massoneria Grande Oriente d’Italia nella lotta contro la ‘ndrangheta e tutte le organizzazioni criminali di stampo mafioso.
Altri relatori al convegno sono l’avvocato Fabio Repici, parte civile in processi per famigliari di vittime di mafia, e il consigliere comunale David Gentili, presidente della Commissione Consiliare Antimafia.
La quinta edizione del Festival dei beni confiscati alle mafie si tiene a Milano dal 30 marzo al 2 aprile ed è organizzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, con l’assessore Pierfrancesco Majorino, la direzione artistica di Barbara Sorrentini e il contributo di Libera.

martedì 28 marzo 2017

Il discorso di Mussolini a Torino contro la Massoneria nel 1932


Dio crea con la Parola.



In principio Dio creò il cielo e la terra. 

Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio DISSE: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. 

Dio 
DISSE  «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Dio 
DISSE  «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto». E così avvenne. [10]Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

Dio 
DISSE  «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

Dio 
DISSE  «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

Dio 
DISSE  «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

Poi Dio 
DISSE  «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 

Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

L'alchimia speculativa nel terzo millennio


di Nuccio Puglisi





L’alchimia, nonostante l’enorme materiale e il gran numero di studiosi che l’hanno analizzata ed interpretata da vari punti di vista, anche tra loro opposti, è rimasta nella sostanza un “mistero”.
Al giorno d’oggi la definizione che molti scienziati danno dell’alchimia è che essa sarebbe stata il primo embrione, rozzo e fantastico della scienza che verrà poi chiamata chimica ed i successi ottenuti dagli antichi alchimisti, quali la scoperta della potassa caustica, del fosforo, dell’ossido di stagno etc sono stati dovuti esclusivamente all’inesauribile laboriosità di quest’ultimi che a forza di bruciare e mescolare composti a casaccio, ottennero inevitabilmente dei risultati.
Sarà meglio spiegare una volta per tutte che alchimia e chimica non hanno nulla in comune, neppure dal punto di vista della derivazione storica di una dall’altra. Sono due concezioni della realtà distinte ed autonome; la sola cosa che le avvicina è l’azione sulla materia degli elementi o dei composti chimici, per il resto il rapporto che esiste tra loro può essere paragonato, e sempre approssimativamente, a quello che c’è tra pittura e fotografia.
La differenza tra chimica, come disciplina delle scienze naturali e l’alchimia, consiste nella diversa concezione della natura.
L’alchimia asseconda la natura per quanto spetti proprio all’alchimista il compito di portarla a compimento; il chimico, invece, considera la natura una specie di “cava” il cui materiale grezzo è utilizzabile e sfruttabile a volontà.
All’alchimia, in quanto improntata alla sintesi, lo smembramento dei corpi in parti sempre più piccole non interessa; il suo interesse è diretto al perfezionamento delle sostanze.
La chimica è basata essenzialmente su una concezione analitica, il suo interesse è diretto alla composizione delle sostanze.
La moderna chimica ignora l’aspetto immateriale della natura e trascura il fattore qualitativo a favore di quello quantitativo.
L’intelligenza nello studio dei trattati di alchimia sta non nella presunzione di trovare un senso chiaro e razionale nei suoi testi, ma studiarli come se si trattasse di una lingua sconosciuta e l’arte di questi autori sta nell’avere creato parole e figure direttamente comprensibili da qualsiasi individuo provocando quella illusione immediata di comprensione che deve provocare un criptogramma ben composto.
Geber nel suo Libro del Mercurio orientale scriveva: «In realtà vi è accordo tra gli Autori, benchè per i non iniziati sembri esservi divergenza»; e la Turba Philosophorum così si esprimeva: «Qual pur sia il modo con cui i filosofi ermetici hanno parlato... essi sono tutti d’accordo, e dicono le medesime cose ... chè noi siamo tutti d’accordo, qualunque cosa diciamo».
I Figli di Ermete sembrano quindi avere perfetta coscienza di dire tutti la medesima cosa al di là delle apparenze; e ciò li induce a ripetere orgogliosamente il loro motto: quod ubique, quod ad omnibus et quod semper. Ovunque la medesima verità: ed il Saggio sa subito riconoscerla pur sotto i veli dei differenti linguaggi.
Se gli alchimisti parlano, allora, la stessa lingua e nelle loro opere mandano messaggi a coloro che sono in grado di capirli è indubbio che quest’ultimi possiedono la chiave necessaria alla comprensione di questo linguaggio attraverso qualche modalità differente dalla tradizione scritta.
Nessuno può avvicinarsi all’Alchimia e comprenderne il messaggio se non è in qualche modo “chiamato” a seguire il percorso iniziatico.
È bene fare, a questo punto, una doverosa differenza tra il concetto di iniziazione e di vocazione. La vocazione si manifesta con l’immediata comprensione della terminologia ermetica e con l’intuizione dei segreti alchemici, un dono ritenuto divino.
L’iniziazione, invece, ha luogo sotto forma di trasmissione diretta (maestro che insegna all’allievo) o indiretta (l’opera di altri alchimisti). L’iniziazione può avvenire anche attraverso una serie di eventi che tra loro non hanno alcuna correlazione ma che portano la persona poco per volta, attraverso scoperte successive, ad accumulare conoscenze ed esperienze necessarie ad intuire le verità alchemiche.
Risulta, quindi abbastanza evidente perché la maggior parte degli alchimisti non ha ritenuto né utile né necessario esporre con chiarezza i principi e le pratiche alchemiche: solo chi è iniziato o chiamato per via quasi soprannaturale potrà accedere alla scienza segreta, mentre gli altri che non sono ritenuti degni, ne rimarranno esclusi.
L’alchimia, trattata dal punto di vista spirituale ha come fine l’ascesi dell’operatore verso le vette più elevate della conoscenza.
Ascesi spirituale: ossia la capacità di domare il proprio Io egoistico inferiore, e di mettersi totalmente al servizio dei propri simili, unicamente permeati da un possente afflato di Amore; capacità dunque, di trasmutare da quella condizione individuale che è propria di chi vive nel mondo del divenire, in quella superindividuale prima (compimento del Piccolo Magistero) e poi in quella impersonale con cui si perfeziona il Grande Magistero.
Sono queste le tre fasi dell’Opera che gli antichi alchimisti mediante varie allegorie hanno definito fasi al nero, al bianco e al rosso.
L’alchimia viene definita “Arte Reale” ma si può dire anche “Arte Sacra”, perché nelle pratiche che si devono necessariamente seguire per superare queste fasi, vi è qualcosa di sovrumano che sfugge ad ogni definizione e che l’ignoranza di molti interpreta come una serie di procedimenti di magia nera o nella migliore delle ipotesi “esoterismo pericoloso”, non capendo che colui che segue questa via deve sottoporsi ad una serie di privazioni aiutandosi con la preghiera.
L’Alchimia nei suoi più alti aspetti si occupa della rigenerazione spirituale dell’uomo, ed insegna come un “dio” possa svilupparsi da un essere umano o, per esprimermi in maniera più chiara, come stabilire quelle condizioni necessarie allo sviluppo dei poteri divini nell’uomo, in modo che un essere umano divenga un “Dio” per il potere di Dio, nello stesso modo in cui un seme diventa una pianta con l’aiuto dei quattro elementi e l’azione di un invisibile quinto elemento.
La Grande Opera alchemica mira a creare le condizioni per consentire al soggetto di superare i propri limiti, attivando le proprie intrinseche potenzialità spirituali.
L’anima può passare dallo stato caotico grave, rappresentato dal piombo, attraverso una purgatio, al “sole interiore”, la perfezione spirituale della coscienza, la “luce solidificata” rappresentata dall’oro.
La trasformazione della personalità, in quanti si sono realizzati, consente i più alti poteri spirituali e materiali ed è per questo motivo che potremmo chiamarla “Arte Sacra” e che, come tale, richiede un processo iniziatico.
Prima che una persona possa compiere delle meraviglie sul piano fisico, la sua volontà deve prima divenire autocosciente dentro di sé; la luce che brilla dal centro del suo cuore deve divenire vivente onde agire su quelle sostanze che entrano nell’opera di trasmutazione alchemica.
Le qualità ed i poteri di quella luce, o anche la sua esistenza sono ignorate assolutamente dai cultori delle cosiddette “scienze ufficiali”, ma sono descritti, sotto il velame simbolico, nei libri sacri di tutti i popoli.
Nell’esposizione delle fasi della Grande Opera trova inveramento un mito antico e misterioso come quello dell’Androgino.
Sin dalle più antiche civiltà, il simbolo dell’Androgino appare come schermo ancestrale della coesistenza di tutti gli attributi dell’esistente nella Unità divina ed in quella dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio. L’idea di una divinità androgina è feconda di stimoli cognitivi in quanto ci rimanda al concetto di autosufficienza analogo alla concezione secondo cui tutta l’esistenza proviene da una unica fonte.
Nelle dottrine gnostiche, l’androginia è presentata come lo stato iniziale che deve essere riconquistato. Uno dei principi fondamentali dell’arte alchemica è definito in tre parole: en to pan cioè “nell’uno è il tutto”.
Questa visione unitaria del Tutto, presuppone la fondamentale unità dell’universo e quindi totalità risulta essere sinonimo di completezza o di compiutezza a tutti i livelli.
A livello cosmologico il raggiungimento di questa unità trova la sua espressione nella scoperta che il singolo è parte attiva dell'universo: la relazione armonica che lega l'individuo all'universo è una relazione di interdipendenza e di interazione. A livello umano l'unità del tutto implica che anche psichicamente l'individuo sia un essere umano completo, cioè tanto maschile che femminile, mentre il sesso biologico di ognuno è determinato dalla predominanza di uno dei due principi sull'altro. A livello psicologico la frattura causata dalla divisione del Sé guarisce quando si raggiunge una armoniosa integrazione dialettica degli aspetti maschili e femminili.

Le fasi dell’Opera.
La prima fase, detta al Nero, consiste nell’affrontare e vincere una metaforica battaglia con colui che custodisce la porta del tempio della verità.
Chi è questo “Guardiano della Soglia?”
Il Guardiano della soglia, il drago nel simbolismo medievale, non è altro che il nostro sé inferiore, quella combinazione di principi materiali e semi materiali costituenti l’ego inferiore, che la grande maggioranza degli uomini amorosamente e ciecamente blandisce ed accarezza, a cagione dell’amore di sé. L’uomo non vede le sue vere qualità finchè è attaccato alla sua natura inferiore, se fosse altrimenti ne sarebbe, forse, disgustato: ma quando tenta di penetrare nel recinto del paradiso dell’anima, quando la sua autocoscienza incomincia ad accentrarsi nel suo Sé superiore, allora il Guardiano della Soglia diviene oggettivo per lui, ed egli può essere terrorizzato dalla sua (in verità, la propria) bruttezza e deformità.
La fase al Nero si compie in maniera graduale ed in un periodo di tempo che può essere anche molto lungo poiché le passioni non possono essere eliminate tutte insieme ma poco per volta
In questo stato di ridotta attività di coscienza (ridotta perché abbiamo imposto alle nostre forze mercuriali di non far caso ai messaggi trasmessi dal nostro Corpo Fisico) può accadere di tutto.
In questo stato che potremo definire al limite tra la vita e la morte, in quanto cominciamo a perdere contatto con la realtà materiale e a percepire quella spirituale che, non dimentichiamo è popolata sì da Angeli ed entità benefiche, ma anche da demoni e larve, può succedere che ci prenda una crisi di panico per la perdita di un punto di riferimento al quale eravamo abituati e che ci dava sicurezza; è come se precipitassimo in un vuoto sconosciuto, una paura tale da indurci in tentazione di abbandonare tutto.
Gli antichi alchimisti descrivevano questa “prova del vuoto” dicendo che il Leone Rosso, cioè il selvaggio istinto di conservazione dell’Io animale che credevamo di aver ucciso, si ripresenta riaffermando il suo primitivo potere, altri invece parlano di vortici che risucchiano o di correnti che trascinano per sottrarsi ai quali, il neofita terrorizzato, altro non desidera che riprendere il familiare contatto con l’elemento Terra, riportandosi, in tal modo allo stato iniziale.
È la resa, la rinuncia a progredire oltre, sulla via dell’Arte.
La paura, ogni paura è, per l’Alchimia, il nemico più terribile dell’evoluzione e della vita stessa, per cui combattere la paura che il nostro “guardiano” ci presenta, in ultima analisi significa compiere una scelta di VITA, per la vita.
Questa è la scelta che la Viriditas ci pone di fronte. Scegliere tra le nostre paure e la vita: crogiolarsi come “Dei mai nati” nell’alveo mercuriale acqueo ed uterino che “protegge” le nostre paure dalla loro trasmutazione oppure “trarle fuori” da esso per “nascersi”, trasmutando queste paure in conoscenza di vita.
Come si evidenzia, quindi, la via da percorrere è costellata da ostacoli ma soprattutto è importante che chi si presenta alla soglia del “Tempio” deve essere in condizioni di perfetto equilibrio psico- fisico in quanto questo percorso comporta al neofita impreparato una serie di scompensi mentali irreversibili.
Riassumendo, occorrerà sostituire con estrema gradualità quelle quantità di egoismo e di preoccupazione materiali che man mano vengono lavate via, con corrispondenti quantitativi di desiderio di ascesi e di brama di Dio; e man mano che queste gocce di rugiada celeste penetreranno nella nostra Terra saturandone i pori, rendendola sempre più coerente e compatta, noi diverremo sempre più forti. Tutto sta nel tenere a freno il Leone Rosso (Io egoistico) stancarlo, fino a ridurlo in uno stato di debolezza: allora avremmo vinto e la prova del vuoto non ci farà più paura. Per riuscire ad uscire vittorioso nella prova del volo del Drago, secondo un vecchio assioma ermetico occorre “uccidere allo stesso tempo che farsi uccidere” il che significa che mentre si uccide il Corpo (mentre lo si mortifica con la Fase al Nero) occorre anche uccidere lo Spirito, e cioè fissarlo affinchè non sfugga dalla prigione del Corpo.
È questa la fissazione filosofica del Mercurio.
Si apre così il passaggio dalla nigredo all’albedo.
Sulla porta ermetica di Piazza Vittorio a Roma è scritto: “Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas, tunc vocaberis sapiens. (Quando nella tua casa i neri corvi partoriranno le bianche colombe, allora ti chiamerai sapiente).
Non c’è religione o mitologia che non abbia parlato diffusamente di questa prima trasmutazione, del miracolo di una componente fisica, materiale, che, assoggettata al fuoco di una pura e forte Volontà giunge a sublimarsi fino a formare un tutt’uno con quel flusso di Amore che permea l’intero Universo.
Dal punto di vista psicologico, l’albedo indica la condizione di veglia perenne, l’estasi attiva, come chi dormendo non dorme. In questa dimensione bisogna coinvolgere anche la corporeità, in modo che anch’essa venga trasfigurata dal nuovo stato di luce.
Occorre riconvertire (solve) il corpo in spirito; e corporizzare lo spirito (coagula). A questo punto si sono verificate le condizioni per l’immortalità. Non c’è più la prevalente dipendenza dalla fisicità, ma un armonico equilibrio psicosomatico che ha come centro l’energia vitale.
Albedo è la scoperta della natura androgina dell’uomo.
Quando l’uomo discese nel mondo fisico, entrò un mondo di dualità. A livello fisico ciò si manifesta attraverso la differenziazione dei sessi. Ma il suo spirito è ancora androgino, contiene la dualità nell’unità. La sua unità non è legata allo spazio, al tempo o alla materia. La dualità è una caratteristica del nostro mondo fisico. È transitoria e infine cesserà di esistere. Quando maschio e femmina saranno di nuovo uniti si avrà l’esperienza del vero Sé. Il conscio e l’inconscio saranno completamente uniti.
Il raggiungimento della consapevolezza, dell’autocoscienza, implica la scoperta della propria androginia. Consapevolezza ed androginia sono le due qualità essenziali delle divinità. Inoltre, dato che consapevolezza ed androginia implicano perfezione, la divinità è anche immortale. La divinità è immortale perché androgina, è immortale perché l’immortalità è attributo della perfezione e la perfezione, a sua volta, implica una personalità in-divisa. La persona che ignora la propria duplice natura funziona con una sola metà del suo essere, la sua personalità è scissa ed egli vive in uno stato di miseria spirituale. Al contrario, chi prende coscienza della propria personalità duale condivide le qualità del divino
L’albedo avviene quando il sole sorge a mezzanotte. È un’espressione simbolica che rappresenta il sorgere del sole nel profondo del buio della nostra coscienza. È la nascita di Cristo nel cuore dell’inverno. Nel profondo di una crisi psicologica, avviene un cambiamento positivo.
Nella fase al Bianco l’uomo si trova libero dal peso di ogni impurità terrestre; si trova in uno stato di purificazione passivo, femminile, lunare o argenteo che dir si voglia.
Questo ancora non è sufficiente bisogna procedere oltre, salire ancora un gradino fino a conquistare la gloria della purificazione attiva, solare, maschile fino a tracciare l’intero segno della Croce, aggiungendo il tratto verticale maschile al precedente tratto orizzontale femminile.
Il successivo passaggio porta alla rubedo, allo splendore del Sole allo Zenith, il fuoco cosmico, l’amore universale che abbraccia nutre e riscalda la coppia sacra.
Qualcuno potrebbe domandarsi: come sono possibili tutte queste trasmutazioni, come può il corpo fisico pesante, materiale, essere reso uguale prima allo spirito e poi all’anima?
Il segreto è tutto in quel Dogma dell’Unità che dice Omnia ab Uno et in Unum omnia (tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno tendono). La Materia è una e trina nella sua essenza e trina nella forma (Sale, Mercurio e Zolfo). E una nel suo amore verso Dio, trina nella sua manifestazione.
Ognuno di noi è uno in sé e per sé; ma, se non ha la forza di conoscersi, di scendere dentro se stesso per liberarsi da tutte le impurità, se preferisce, perché è più comodo, ricercarsi sul volto degli altri, allora non sarà più uno, ma una molteplicità: tanti quanti sono gli altri in cui si riflette.
Anche la fase al rosso ha le sue difficoltà, la così detta Prova del Fuoco che consiste nell’uccidere (calcinare) totalmente il nostro Io egoistico, sopprimendone le minime pulsioni, forgiare un nuovo Io, totalmente puro, solare capace di agire unicamente nell’interesse degli altri; ed è proprio questo totale annientamento di se stessi, questo riconoscersi unicamente in ciò che si è donato, che costituisce la gloria ed il trionfo dell’Opera.
Eccoci giunti alla riconquista della condizione edenica primordiale, il buon luogo (eu-topos) che però, nel mondo profano non c’è: (ou-topos – luogo che non c’è), ossia l’utopia da realizzare, dove il bene si compie: l’utopia ermetica.
È il buon luogo dove il microcosmo è l’immagine del macrocosmo, ove l’uomo (sviluppa in atto) la sua potenziale originaria androginia, la sua genetica somiglianza a Dio.
La ierogamia si è compiuta. i due Principi, uniti e fusi, non conservano più niente della propria vecchia sostanza e identità, ma la perdono e la trasmutano, “perdendosi” nell’altro, diventando Unità, manifestando il Tre. La perfezione divina.
Ma quale dovrebbe essere il prodotto di questo Matrimonio Sacro?
La Cristificazione del Corpo, la spiritualizzazione di quel Corpo che, attraverso la materializzazione dello Spirito, diventerà e, soprattutto, trasfigurerà in Corpo di Luce!
Le forze magnetiche polari, durante tutto il processo operativo, “lottano” interagendo continuamente tra loro, alternando nel corpo dell’operante il flusso elettrico, da carica positiva a negativa e viceversa.
Da stato ricettivo ad intuitivo e da intuitivo a ricettivo.
Nello “scontro-amplesso” di queste forze magnetiche di natura psico-fisica si genera una corrente energetica e spiraliforme che risveglia il Serpente di Fuoco Kundalini posto alla base della colonna vertebrale, attraendolo verso l’alto, attraverso l’albero della Vita a cui si attorciglierà e che lo condurrà, verso il luogo di quel giardino originale al cui albero ricollocherà il “frutto”, trasformandosi nel serpente alato, dispensatore di vita e di verità!
Ecco attivata la Croce Cosmica e il canale, Axis Mundi, tra Malkuth (il regno - la decima sefirot dell’albero cabalistico) e Kether (la corona – prima sefirot ), che squarcia il velo del Tempio del Corpo dell’Uomo aprendo la porta segreta dell’Ain Soph, dove dimora la Maestà Divina.
Tale processo, provocherà all’interno della volta celeste, della calotta cranica, una tempesta magnetica che genererà il “fulmine” che metterà in relazione i due lobi cerebrali, destro (femminile) e sinistro (maschile), attivandoli reciprocamente e rendendoli un tutt’Uno.
In questo modo le due parti del cielo saranno nuovamente riunite e da esse, dopo il fulmine si genererà il Tuono sotto forma di Verbo.
È così che, allora, il Logos discenderà nel Tempio del corpo e dal “cielo” farà piovere la Shekinah divina, irrorando tutto il corpo con la Luce della Sorgente Universale..

Qabbalà e Alchimia




Qabbalà e Alchimia, generalmente, vengono visti come due sistemi indipendenti che non hanno granché in comune, invece sono strumenti di una stessa forma iniziatica di Conoscenza che cerca di illuminare la Via per arrivare alla Sapienza, una via lunga e complessa di autocoscienza e trasformazione, che porta alla Conoscenza di Sé e alla liberazione dell'uomo dalle contraddizioni fondamentali della vita, di cui la trasmutazione dell'oro vile nell'oro filosofale è solo una metafora.
Avremo modo con questo nuovo libro proposto da Tipheret - Gruppo Editoriale Bonanno, di approfondire le diverse Vie che portano all’Uno – la Via della devozione, la Via dell’Eroe e la Via dell’Arte reale – utilizzando gli insegnamenti del Sefer Yetzirà per spiegare simboli e glifi necessari alla Rettificazione dell’Uomo e alla sua Reintegrazione, soprattutto tenendo ben presente che siamo in presenza degli echi della Scienza tradizionale divenuta, sul finire del Medioevo, Tradizione segreta ermetico-alchemica-cabalistica, in cui ritroviamo gli insegnamenti fondamentali di una visione simbolico-magica della Natura. Prossimamente in libreria.

lunedì 27 marzo 2017

Dettaglio del lampione all'esterno del Municipio di Belfast, in Irlanda del Nord


Celebrati a Locri i 50 anni di massoneria del fratello Aurelio Palmieri


“Esorto i più giovani ad avere fiducia nella strada tracciata dai maestri anziani, e chiamo questi ultimi al dovere di fungere da guida ed esempio affinché si possa realizzare un passaggio armonico dal passato al presente, nel rigoroso rispetto della ritualità”.
Sono le parole più significative pronunziate da Aurelio Palmieri durante un incontro del Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Calabria, appositamente riunito nell’occasione presso l’Hotel President di Siderno per la consegna al fr. Palmieri della Medaglia del Veterano, assegnatagli dal Gran Maestro Stefano Bisi per solennizzare i cinquant’anni di anzianità massonica. Visibilmente commosso ma sempre lucido e combattivo, circondato dall’entusiasmo e dall’affetto dei Maestri Venerabili e dei numerosi fratelli giunti nella Locride da ogni parte della Calabria, il fratello Palmieri ha rivolto al Collegio un messaggio dai toni alti a carichi della lezione pazientemente accumulata nel corso dei tanti anni di partecipazione alla vita interna dell’Istituzione. Il tasto su cui egli, dall’alto della sua esperienza, ha specificamente insistito è stata l’importanza del “rituale” ai fini di una formazione massonica veramente efficace, il rituale inteso quale rappresentazione simbolica della relazione analogica fra il libero muratore e l’universo, percorso sempre attuale che scandisce da più di tre secoli, dalle origini settecentesche della Libera Muratorìa, i passi di ogni massone al di là della razza, della nazionalità, della religione, della condizione sociale ed economica, in una dimensione realmente universalistica che rende l’appartenenza alla Massoneria un unicum in tutti i sensi.
Il rituale non come insieme di norme più o meno vincolanti, con una serie di premi o punizioni da distribuire in virtù di una presunta conformità alla giustezza detenuta da un corpo separato (come un clero o una frazione del corpo sociale), ma come realizzazione concreta dell’universale nell’individuale, inveramento dei limiti e delle contraddizioni ma anche con i momenti esaltanti e le altezze che caratterizzano la vita “concreta” di ognuno di noi. La cerimonia è stata aperta con un’agile introduzione del fratello Giuseppe Messina, Presidente del Collegio della Calabria, il quale, nel sottolineare le ormai proverbiali dedizione e attaccamento all’Istituzione del fratello Palmieri, ha inteso porre in particolare rilievo il suo contributo all’elevazione dei fratelli tutti grazie all’umile e diuturna fatica della veicolazione dei libri sulle cui pagine generazioni di massoni calabresi hanno potuto allargare e consolidare le loro conoscenze in materia di tradizioni storiche, di simbolismo, di filosofia misterica, di esoterismo, affinando in tal modo la loro competenza di un universo che costituisce per molti liberi muratori un vero percorso ad ostacoli, un labirinto che spesso ci ha spalancato i suoi segreti passaggi grazie agli opportuni suggerimenti di lettura generosamente forniti da Aurelio Palmieri.
Subito dopo Messina ha ceduto la parola a Lavalva, oratore del collegio, all’ex presidente del collegio Colloca, ai GMO Pino Lombardo e Ugo Bellantoni, i quali hanno rafforzato il loro plauso e l’espressione della loro riconoscenza verso il lavoro svolto dal fratello Palmieri, ringraziandolo per il contributo dato alla loro individuale crescita muratoria e a quella di tutta la Libera Muratorìa calabrese.
E’ stato infine Antonio Seminario, Primo Gran Sorvegliante del Grande Oriente d’Italia, a segnare il momento solenne dell’intera tornata procedendo prima alla consegna della Medaglia del Veterano e poi rivolgendo a Palmieri un indirizzo di saluto incentrato sul valore del rapporto disinteressato che ha unito in tanti anni la sua figura a quella di schiere di fratelli per i quali egli ha rivestito la funzione del portatore di Luce, illuminando i primi, spesso incerti passaggi del difficile impegno di percorrere con sicurezza la via iniziatica.
Con toni sentiti e a tratti vibranti, Seminario ha espresso l’augurio personale del Gran Maestro Stefano Bisi che durante il breve scorcio di Gran Maestranza finora trascorsa non ha perso l’occasione di indicare agli occhi di tutta la Comunione il fratello Aurelio Palmieri quale emblema di coerenza, dignità, forza e coraggio massonici uniti armoniosamente alla fiducia nell’intangibilità dei propri valori testimoniati da una lunga vita spesa al servizio dell’Istituzione.
La freschezza che, nonostante l’età avanzata, si esprime ancora nelle pagine dell’Almanacco che ogni mattina Palmieri fa giungere puntualmente sugli schermi pc del Gran Maestro prima e poi dei fratelli compresi nel suo indirizzario personale, rappresenta il miglior modo di dare inizio alla propria giornata per una fascia consistente di liberi muratori italiani. Si trasfonde in tale impegno, ha proseguito Seminario, un senso della vita muratoria sempre affrontata quale impegno primario, resa in ogni suo momento con una pienezza ed uno stile che in modo gioioso contraddistinguono l’impegno a svolgere la funzione di soggetto trainante e mai stanco di raggiungere traguardi viepiù ambiti e perseguiti giorno dopo giorno.
Palmieri rappresenta un patrimonio di tutta la Circoscrizione calabrese; egli incarna in pieno un exemplum che lo ha reso popolarissimo tra i fratelli e ne ha proiettato la figura in modo permanente nella sempre presente sollecitudine verso il massone bisognoso di aiuto, che fa le prime, imprecise prove di applicazione in un mondo che ancora non conosce e ancora percorre con un disequilibrio sostanzialmente profano. Avere qualcuno cui guardare come permanente fonte di ispirazione, percepire la sicurezza fornita dalla stretta di mano che serra con fermezza quella del neofita il cui universo di tenebra è stato appena squarciato perché egli cominci a vedere, a capire, a costruire il proprio Tempio interiore, tutti ritorniamo apprendisti di fronte a uomini della statura morale ed esoterica di Aurelio Palmieri.